domenica 20 gennaio 2013

Contributi all'editoria: tutto da buttare?



Una delle principali battaglie portate avanti dal MoVimento 5 Stelle è l'abolizione totale dei contributi pubblici all'editoria, in particolare ai giornali. Iniziativa che prese piede durante il V-Day 2 del 2007 con la raccolta firme per il referendum, a cui partecipò anche la sottoscritta pur avendo ben poche informazioni sull'argomento e basate sulla propaganda di Grillo.
In seguito ho in parte cambiato opinione, soprattutto immaginando le gravi conseguenze occupazionali che potrebbe avere un provvedimento così drastico, su un settore già in grave crisi. A tal proposito Grillo aveva esultato per la crisi dei giornali, a mio avviso con un certo cinismo. A farne le spese, infatti, non sono solo i giornalisti (spesso chiamati con disprezzo"pennivendoli"dai grillini), ma l'intera filiera (stampa, distribuzione, produzione della carta ecc.).
In ogni caso rimango dell'idea che il sistema attuale vada modificato radicalmente. In seguito cerco di riportare in sintesi l'attuale quadro normativo italiano in riferimento solo alla stampa, tralasciando quindi i settori radiofonico e televisivo.
L'intento dei finanziamenti dovrebbe essere quello di tutelare il pluralismo dell'informazione, almeno come prevedeva in origine la legge 1063/1971. I prodotti editoriali non vengono perciò considerati merci come le altre, perché strettamente legati alla libertà di informazione.
Si possono distinguere essenzialmente due tipologie di contributi:
- Contributi diretti: riservati a singole testate giornalistiche organo di movimenti politici, associazioni no profit, cooperative di giornalisti, minoranze linguistiche (legge 250/1990, legge 388/2000, modificate di recente dalla legge 103/2012).
- Contributi indiretti: riservati all'editoria in generale, compresi i libri. Sono sotto forma di agevolazioni sul credito, sull'IVA (al 4% invece che al 20%) e sulle tariffe postali (legge 662/1996, legge 549/1995, legge 62/2001)
L'entità dei contributi diretti è riportata annualmente sul sito del Governo, mentre per i contributi indiretti è molto difficile fare una stima esatta. Il 12 maggio 2007 Italia Oggi pubblicava una propria «elaborazione sui dati della Presidenza del Consiglio dei ministri» sui finanziamenti all’editoria giornalistica, sia diretti che indiretti. Venivano considerate 54 testate e l'importo complessivo dei contributi era sui 200 milioni di euro. Una stima del 2005 invece quantificava l'importo con 600 milioni (Fonte: Beppe Lopez, "La Casta dei giornali").
Con l'attuale crisi, tuttavia, si è reso necessario un drastico taglio alle spese. Il governo Monti, col decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201(disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici) ha stabilito la completa cessazione al 31 dicembre 2014 del sistema di contribuzione diretta. La legge 103/2012 ha poi stabilito che per il periodo transitorio le testate soggette a contributo diretto potranno ottenerlo solo se almeno il 20% (per le testate nazionali) o il 35% (per le testate locali) delle copie distribuite siano effettivamente vendute. Questa condizione però non si applica (e ti pareva!) ai giornali di partito.
Spesso su questo tema si sfornano numeri (talvolta, penso, anche per gettare fango sull'avversario politico) facendo confusione tra contributi diretti e indiretti, per cui girano voci che "la Repubblica" viene finanziata con 16 milioni di euro e passa, mentre "il Fatto Quotidiano" non riceve nessun finanziamento. Invece entrambi usufruiscono solo dei contributi indiretti, che in proporzione risultano maggiori per Repubblica per il semplice fatto che distribuisce più copie. Un'altra "bufala" che si sente è che il sistema dei contributi è un'anomalia solo italiana, invece è presente seppur in modalità diverse anche in altri Paesi europei.
Molti però si chiedono: ha ancora senso finanziare o agevolare la stampa quando il digitale e la Rete stanno prendendo il sopravvento? Personalmente non so cosa accadrà in futuro, ma al momento sembra che i diversi media riescano a convivere e c'è ancora una parte di popolazione che non usa internet per informarsi. C'è anche differenza tra la fruizione delle informazioni in rete e sulla stampa, oltre al problema della conservazione delle informazioni digitali, di questo comunque vorrei parlare meglio in seguito.
Non ho le competenze per conoscere la soluzione migliore, ma penso che togliere subito tutti i finanziamenti all'editoria possa portare più danni che benefici, sia a livello sociale che culturale, e che le aziende del settore vadano agevolate in vista di un'eventuale riconversione.



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